lunedì 31 agosto 2009

Enterprise 2.0 e il doppio legame

E' passato del tempo dalla comparsa del termine Enterprise 2.0, declinazione in ambito "corporate" delle tecnologie, applicazioni, strategie e tutto quanto sta nella nuvola Web 2.0.


Rispetto alle aspettative di un paio di anni fa direi che i risultati sono piuttosto deludenti o meglio pesantemente ridimensionati, almeno secondo la mia esperienza.

Se l'idea di base era portare all'interno delle aziende quei meccanismi tipici del Web 2.0 "consumer", ovvero la creazione spontanea di contenuti da parte degli utenti stessi nonché la collaborazione aperta e senza i muri tipici delle strutture organizzative classiche, beh allora l'Enterprise 2.0 è un flop quasi totale.

Gli strumenti caratteristici, come wiki e blog ci sono ma sono "deserti" o al più usati da quattro gatti appassionati o smaniosi di apparire, in ogni caso fallendo nell'obiettivo di coinvolgere una popolazione significativa.

Difficile stabilire le ragioni precise per cui quello che funziona molto bene nella Rete globale non riesce a penetrare dentro i muri dell'azienda, chi da la colpa alle caratteristiche degli utenti, alla loro numerosità, chi più ne ha più ne metta.

L'impressione è che il problema sia da ricercare proprio nella incompatibilità tra le regole della vita in azienda e il Web collaborativo.
Le aziende sono storicamente (e per validi motivi) organizzate in modo strettamente gerarchico, certmente più simili a una monarchia assoluta che a una democrazia.

E' una struttura piramidale basata sull'autorità formale del capo sui sottoposti, magari con varie interpretazioni, più o meno rigide in base alla dimensione dell'azienda e al tipo di business in cui opera.
In ogni caso chi è in alto decide e chi è in basso esegue, non certo viceversa.

Il Web 2.0 invece si basa su meccanismi che hanno come presupposto la parità di diritti tra tutti gli utenti: il "potere" non è attribuito in modo formale (autorità) ma guadagnato con la competenza (autorevolezza).

Questi due metodi di governance sono ortogonali tra loro, tentare di mischiarne un parte di uno nell'altro semplicemente non funziona, non si può avere "un po' di democrazia" in una dittatura.

Naturalmente avere la moglie ubriaca con la botte piena fa gola a tutti, ed ecco che anche nelle aziende più ingessate arrivano messaggi contrapposti come "rompete gli schemi" insieme a "guai a chi non rispetta le regole".

Recentemente mi è capitato di assistere a uno di questi messaggi: ci è stato presentato lo speech di Steve Jobs tenuto ai neolaureati a Stanford come monito ad un modo diverso di vivere in azienda.

Jobs sfoggia tutto il suo carisma e il talento di grande comunicatore, ripercorrendo le tappe principali della sua vita in modo toccante e mai patetico, inneggia al non darsi mai per vinti e a guardare alle difficoltà come a prove che possono suggerire strade alternative.
E poi la conclusione (che è a sua volta una citazione): Stay Hungry, stay foolish. Ovvero non fatevi sedurre dalle comodità del conformismo, abbiate il coraggio di andare oltre lo status quo.

Credo che il discorso di Jobs sia in assoluto eccellente e perfettamente sintono rispetto alla sua platea mentre l'ho trovato assolutamente dissintono se pronunciato (o citato) in un contensto di grande corporation che è esattamente lo status quo e ci tiene a rimanerlo.

Insomma un vero è proprio doppio legame che può avere effetti indesiderati sul clima aziendale.

venerdì 28 agosto 2009

Nuovi paradigmi per le interfacce utente

Sono passati 25 anni dal lancio dell'Apple Macintosh, primo computer con interfaccia grafica basata sul paradigma di "desktop", ovvero come ben sappiamo una scrivania virtuale dove sistemare i propri "documenti" in "cartelle" e l'utilizzo del mouse per selezionare e agire sui documenti o altri oggetti.


L'affermazione di tale soluzione è stata totale e già da molti anni non esistono in pratica alternative: sia che si parli di Mac OS X che di Linux che di Windows sempre di desktop si parla, le differenze ovviamente ci sono ma il paradigma è lo stesso e sostanzialmente gradito dagli utenti.

In realtà i problemi non mancano: come trattato in questo interessante articolo la metafora delle "cartelle" ha dei limiti ben precisi: ad esempio la struttura è strettamente gerarchica - un documento può appartenere a una sola cartella; inoltre la gerarchia è stabilita dall'utente il che implica flessibilità ma anche difficoltà nell'impostare la gerarchia giusta e quindi si arriva spesso al caos sul proprio hard disk.

Proprio il punto di forza principale del paradigma desktop ne è il limite più grande: per scimmiottare (virtualizzare) la scrivania con i suoi archivi e cartelle ci si è difatto portati nell'ambiente virtuale anche i limiti tipici del mondo fisico.

Ovvero documenti intesi come oggetti "unici" che non possono appartenere in più di una cartella e inoltre "chiusi" ovvero non caratterizzati da nessuna informazione strutturata e disponibile al sistema operativo.

L'altro aspetto del desktop che ricalca fin troppo il mondo fisico è la sua "passività", ad esempio se scarico sul desktop una immagine digitale da una fotocamera il sistema operativo non fa niente, proprio come se avessi appoggiato su una scrivania una stampa di una foto.
Sta a me decidere se e dove archiviarla, e se desiderassi aggiungere qualche informazione (ad esempio il nome del luogo o della persona ritratta) avrei qualche problema in più nel mondo digitale che in quello fisico (dove potrei scrivere sul retro della foto ad esempio, sfruttando la caratteristica della stampa di essere anche "carta" e quindi "documento").

Chi ha avuto modo di utilizzare i recenti sistemi operativi Windows 7 o Mac OS X avrà qualcosa da dire. In effetti le cose stanno già cambiando.
Questi sistemi hanno già implementato una logica "attiva" del desktop, e se carico una foto il sistema la riconosce come tale e mi propone di archiviarla nel folder "foto".

E' un primo, piccolo passo (in Windows 7, Mac OS X va oltre perché arricchito da applicazioni specifiche come iPhoto) verso qualcosa di nuovo.

Una ipotetica interfaccia utente evoluta dovrebbe essere basata sulle informazioni che gli vengono sottoposte e organizzarle nel modo più opportuno, ad esempio sempre nel caso della foto:
Dovrebbe estrarre dalla foto tutte le informazioni disponibili, come data e ora dello scatto (sono disponibili nel file stesso), risoluzione caratteristiche della fotocamera e dello scatto stesso.
Dovrebbe poi chiedere all'utente altre caratteristiche tipiche di una foto, come il luogo, la descrizione, eventuali persone o soggetti ritratti e tutte le informazioni che possano consentire una corretta classificazione della foto stessa (ad esempio "vacanze", "mare", "tuffo", ...).

Naturalmente questo approccio vale per tutte le informazioni che il sistema si trovi a gestire, non solo foto o documenti di testo.

Anzi ritengo che anche il classico concetto di "documento" (word doc, excel spreadsheet, powerpoint, giusto per rimanere su Microsoft Office) sia superato o meglio abusato.
Intedo dire che troppo spesso si utilizza a sproposito una di queste applicazioni (ormai potentissime ma anche complessissime) per gestire poche e semplici informazioni oltretutto in modo scomodo e non strutturato, ma questo merita un altro post !

Tornando alla nostra interfaccia del futuro, questa dovrebbe essere in grado di "capire" e interagire con tutte le informazioni che gli vengono sottoposte, non solo localmente ma anche in Rete (distinzione sempre più labile ma ancora molto forte).

Ad esempio la email: se cerco una data informazione contenuta in un messaggio ricevuto via email, magari tramite un servizio online tipo gmail, il sistema dovrebbe essere in grado di cercare anche in tale ambiente (magari avvalendosi di opportune API), senza mio esplicita azione come avviene oggi.

Insomma l'interfaccia o meglio il sistema del futuro è più simile alla versione digitale di un ottimo maggiordomo (non ho detto assistente per buoni motivi !) piuttosto che a una scrivania, più un content management, con elementi di un sistema esperto che file system.

giovedì 26 giugno 2008

Seminario Wireless for Business

Il 25 Giugno a Milano si è svolta la prima giornata del seminario "Wireless Revolution: la nuova frontiera dell'innovazione".

L'evento organizzato dal Politecnico di Milano nell'ambito del Wireless for Business Forum a cura degli Osservatori sul mondo ICT ha mostrato una panoramica delle tecnologie Wireless nella loro accezione più ampia, ovvero tutto quanto prevede un'interazione tra due o più dispositivi non connessi da infrastruttura fissa.

Le tecnologie in ambito erano quindi le più disparate: dalle consolidate reti cellulari GSM e UMTS, al RFId passando per il WiFi, bluetooth, NFC, GPS, microonde e persino infrarossi.
La presentazione dei dati raccolti dell'Osservatorio ha seguito un approccio di alto livello, essenzialmente focalizzato sugli impatti sul business piuttosto che sulle tecnologie, suddivisi in impatti sui consumatori, impatti sui processi e impatti sule persone (intese come i dipendenti delle aziende).

Impatti sui Consumatori
Due i temi principali: da una parte il Wireless come tecnologia abilitante al commercio elettronico (che divente mobile commerce) e dall'altra il mondo mobile come nuova piattaforma di pubblicazione e commercio di contenuti.

Il tema mCommerce presuppone che le promesse ancora non matenute dal "tradizionale" eCommerce via Web siano in gran parte inespresse per ragioni di scarsa usabilità e sicurezza di quest'ultimo. I terminali mobili, con la loro semplicità e diffusione potrebbero sbloccare la situazione, specie in paesi come l'Italia dove l'accesso broadband a Internet è ancora limitato.

Altro aspetto il mobile content, ovvero la possibilità di inviare al consumatore informazioni nel momento più appropriato e nel luogo più appropriato.
Le applicazioni possibili possono sono le più disparate, tipicamente si va dal marketing "geolocalizzato" (MMS inviati quando si è in prossimità di un certo luogo) alla vendita di contenuti fruibili direttamente su terminale mobile (itinerari, mappe, informazioni su eventi in corso).

Impatti sui Processi
Come è intuibile, non c'è processo aziendale (quale che sia il settore di attività) che non possa essere stravolto e ottimizzato dalle tecnologie wireless.
I dati raccolti tuttavia, se da una parte mostrano una certa dinamicità delle aziende a cimentarsi con applicazioni "mirate", mostrano una notevole difficoltà a sfruttare al meglio tali tecnologie.
In sostanza si interviene per risolvere il problema specifico, si ottimizza la singola applicazione ma non si coglie il pieno beneficio per evitare di stravolgimento dei processi aziendali, spesso visto come un rischio eccessivo.
I processi aziendali, anche se inefficienti e non al passo coi tempi, sono percepiti come l'identità stessa dell'azienda, un valore da non compromettere con cambiamenti azzardati.
Ad esempio l'RFId è utilizzato per migliorare la gestione del magazzino, ma non per tracciare la spedizione delle merci o viceversa.

Impatto sulle Persone
I temi trattati sono i medesimi di quanto espresso in Enterprise 2.0, stavolta declinati come facilità di accesso alle risorse aziendali, in qualunque luogo e in qualunque momento.
Il dipendente diventa una risorsa chiave dell'azienda, da valorizzare e da utilizzare al meglio fornendogli i migliori strumenti.Il "Mobile Worker" passa da nicchia specifica (il top management pittosto che i tecnici sul campo) a mainstream, ovvero potenzialmente tutti i dipendenti.
La vecchia scrivania (con pc desktop) evolve in Mobile Workspace, obiettivo: eliminare tutte le barriere che limitano la produttività e allo stesso tempo migliorare la qualità della vita del dipendente stesso.

I Mobile Payments
Questo importante argomento è stato ambito di un seminario specifico, diversi i temi illustrati che meritano una trattazione approfondita, in breve:
Breve storia dei Mobile Payments: l'entusiasmo iniziale, la pausa di riflessione e le prospettive per il futuro.

Il caso studio su i Mobile Payments in Giappone-Corea, un esempio di integrazione tra comparti industriali diversi che ha generato valore per tutti gli attori coinvolti.
La situazione attuale in Europa, ancora ferma ad iniziative embrionali e scarsamente integrate.
Le prospettive per l'Italia, il ruolo determinante della nuova normativa in tema di pagamenti promossa da Banca d'Italia.

Il Wireless Machine-to-machine (M2m)
Per M2m si intendono le applicazioni che prevedono due o più device interagenti senza intervento umano, ad esempio i sistemi di telecontrollo e telemetria.
In questo caso il wireless ha sia un ruolo abilitante a certe soluzioni (ad esempio telecontrollo di macchine in movimento) sia un ruolo di acceleratore di soluzioni possibili ma troppo costose o complesse nella versione con connessioni fisse.


Un esempio consolidato è la lettura remota dei contatori delle utenze domestiche di luce e gas: i benefici tangibili sono pari a un risparmio del 70% sui costi complessivi di lettura in loco.

Le applicazioni potenziali sono in realtà moltissime e ancora scarsamente esplorate, basti pensare che la maggior parte delle soluzioni si basano su tecnologie GSM (in fase di migrazione a GPRS) e solo in pochi casi si utilizzano tecnologia più avanzate.

Conclusioni
Tanta tecnologia, in molti casi dalle potenzialità ancora inespresse.
Una "Wireless Revolution" con diverse chiavi di lettura: letteralemente "senza filo" ma anche "senza lacci e lacciuoli burocratici" che bloccano o frenano lo sviluppo.

Insomma gli ingengneri hanno fatto la loro parte, ora tocca ai manager e politici, e in questo caso il termine "Revolution" è sopratutto un "wishful thinking".

lunedì 23 giugno 2008

Client side integration

A volte ritornano. Dall'emulazione di terminale 3270 al DDE di Windows pre-OLE fino ai mashup oggi molto "web 2.0".

Quando si parla di integrazione si pensa quasi esclusivamente agli aspetti back-end, ovvero Web Services o ESB.
Raramente si dibatte del problema dell'integrazione lato Client, ovvero dell'esigenza di realizzare applicazioni che aggreghino interfacce utenti distinte.

Questo avviene perché di solito ogni singola applicazione implementa delle funzionalità specifiche.

L'integrazione è realizzata nel "back end" tramite scambio di dati, nel migliore dei casi tramite l'esposizione di "servizi" centralizzati.
Il "front end" invece è quasi sempre implementato ex novo, di solito utilizzando tecnologie basate su componenti che, sebbene evolute negli anni e sempre più produttive, implicano la necessità di artire praticamente da zero.

Questo rappresenta un ostacolo a implementare una architettura realmente basata su servizi, prima di tutto perché riscrivere ogni volta il "front end" comporta costi elevati che vanificano in parte i benefici attesi da una "Service Oriented Architecture", senza contare che la necessità di riscrivere la presentation logic porta di fatto a duplicazione del codice e a potenziali disalinneamenti tra sistemi.
Nella realtà questo porta di fatto ad avere ancora tanti "silos" applicativi distinti e ridondanti

Una possibile soluzione è costituita dall'integrazione anche delle componenti client, realizzata tramite tecnologie e approcci differenti.

Un primo approccio che si può definire "black box" è quello che prevede l'integrazione dei sistemi utilizzando le GUI utente (Web o Fat Client che siano) tramite "automi" che riproducono le interazioni di un utente "umano" (input via tastiera e mouse e output via lettura dei dati presentati sullo schermo).

Questa soluzione, punto di forza di framework come Microsoft Customer Care Framework, ha tra i punti di forza la relativa velocità di realizzazione e sopratutto la possibilità di integrare applicazioni legacy di cui non si può o non si vuole apportare alcuna modifica.
Per contro questa strategia di integrazione è intrinsecamente estremamente "fragile" nel senso che anche una minima modifica alla GUI del sistema integrato può comportare anomalie difficile da tracciare e correggere.

Componenti sul Client
Un approccio per certi versi opposto prevede che anche l'interfaccia utente sia basata su servizi, o meglio su componenti, riutilizzabili ed estendibili.
Non esiste ancora una tecnologia matura, certamente un buon esempio è costituito dal Resource Descriptio Framework (RDF) che, tra le altre cose, dovrebbe permettere l'apertura e sopratutto la standardizzazione delle componenti Client basate su Web.

Nel frattempo esistono tecnologie ancora in uno stato embrionale ma certamente interessanti.

Microformats
I microformats ad esempio permettono di incorporare in pagine Web "standard" informazioni RDF, in modo da cominciare a sfruttare per gradi i vantaggi di questa tecologia ancora in fase di maturazione.

Mashups
I mashups non sono in effetti una vera e propria tecnologia bensì una serie di soluzioni eterogenee accomunate dall'approccio "open" ovvero basato su tecnologie "aperte" o di pubblico dominio, ad esempio Gooogle Maps permette di integrare i servizi utilzzando un modello a componenti basato su codice Javascript.

martedì 27 maggio 2008

Google Health

E' disponibile la prima versione pubblica (beta) di Google Health.

Le funzioni per ora sono molto limitate: l'utente ha la possibilità di inserire la propria anamnesi, allergie, farmaci, esami clinici, l'interfaccia utente è molto semplice, addirittura minimale.

Sicuramente il punto di forza di Google Health non è ne sarà l'applicazione in se quanto alle potenzieli integrazioni con sistemi di eHealth esistenti.

L'idea è che Health sia uno strumento di condivisione e scambio dei dati già presenti nei sistemi informativi degli ospedali.

Già adesso è possibile importare dati clinici da un elenco di Ospedali (US) che è destinato a crescere.

L'impressione insomma è che Google, consapevole che il mondo eHealth è estremamente complesso ed eterogeneo, abbia scelto una strategia dei piccoli passi, "bottom up" piuttosto che un "big-bang".

Come avvenuto altre volte Google mette al centro del proprio sistema l'utente-paziente, che è il primo beneficiario della maggior facilità di accesso ai propri dati clinici.

Gli altri attori (Medici, Ospedali, Governo) seguiranno.

giovedì 22 maggio 2008

Social Software

Il Social Software è certamente la killer application del momento, è su siti come Facebook, MySpace, Bebo ma anche LinkedIn a essere sotto le luci della ribalta.

Del resto i numeri parlano chiaro: sono queste le applicazioni più usate, quelle dove la gente "è".

Conseguentemente crescono a dismisura le quotazioni di tali aziende: 9B$ per Facebook per citare un caso eclatante.

Ma qual'è il valore effettivo di queste aziende ? Il business model non giustificherebbe tali valutazioni, se basate solo sulle revenue previste.
Come spesso accade nel mondo della rete, la valutazione è fortemente influenzata dalle potenzialità future piuttosto che sui risultati attuali.

Si ritiene infatti che nel futuro prossimo le persone trascorrano sempre più tempo su applicazioni di tipo "Social" e sopratutto basino la gran parte delle loro interazioni con la loro rete di contatti proprio tramite gli strumenti offerti da tali siti.

In sostanza questi siti diverrebbero centrali alla vita stessa delle persone, gestendo informazioni personali assolutamente rilevanti e "reali".

La prospettiva è di permettere alle aziende di intercettare i processi decisionali dei singoli nel momento stesso in cui questi avvengono, cioè nel momento più critico per proporre un prodotto/servizio.

Insomma il paradiso del marketing.

Da capire come tutelare gli utenti, e se questo Grande Fratello non sarà alla fine percepito come opprimente o, anche solo fastidioso, e degenererà quindi nell'ennesima bolla speculativa.

giovedì 8 maggio 2008

Cloud Computing

Sempre più spesso si sente parlare di Cloud Computing, l'ennesima "tag"in ambito Web 2.0.

Che cos'è
Trattandosi di un termine più di marketing che tecnico, la definizione non può che essere sfumata e imprecisa, in sostanza si tratta di una immediata conseguenza della virtualizzazione e delocalizzazione delle componenti fisiche dell'infrastruttura ICT.

In sostanza tutte le componenti fisiche dell'infrastruttura (cpu, storage) sono virtualizzate e rese disponibili all'utente come servizi on demand via rete, dove e come questi servizi siano erogati è irrilevante.

Implementazioni
Esistono molte interpretazioni di questo approccio, da quello di più basso livello fino all'erogazione di applicazioni complete ricalcando il modello Software as-as Service (SaaS):
Amazon Elastic Computing Cloud permette di definire e istanziare delle macchine virtuali (AMD Opteron - compatibili) con sistema operativo Linux.
Interessante la possibilità di partire da immagini preconfigurate e poi personalizzabili
Google App Engine offre una piattaforma di sviluppo di livello più alto rispetto ad Amazon, in sostanza è come avere a disposizione un Application Server (che per ora supporta il solo linguaggio pyton) con un set di API limitato.
Google Apps vorrebbe essere la versione "Cloud" di Office (vs LiveOffice di Microsoft) ed è il modello più "alto" e di fatto coincidente con l'approccio SaaS.
Ulteo e Cloudo invece sono soluzioni orientate al Client che permettono di virtualizzare la propria workstation. In pratica si accede a un desktop remoto (tramite una sorta di Terminal Server) che offre le funzionalità "classiche" di informatica personale: Suite Office, Mail. Il valore aggiunto è la portabilità del proprio ambiente di lavoro (accessibile da qualsiasi Browser e nel caso di Cloudo anche da mobile) e la possibilità di condividere il proprio spazio di lavoro con altri utenti.

Le conseguenze per l'ICT
Per ora poche, difficile pensare che l'ICT di livello Enterprise possa migrare su Amazon EC2 o simili, a tendere però il modello "Cloud" si imporrà per la sua efficacia ed efficienza: Ho provato di persona il servizio e sono stato in grado di avviare il mio server linux virtuale in pochi minuti, già bello configurato e pronto all'uso, il tutto con un costo pressoché irrilevante.

Per le piccole e media imprese invece il vantaggio potrebbe essere enorme: anche la piccola azienda potrà disporre delle performance (in termine di affidabilità e scalabilità) tipiche di un data center di livello Enterprise, per di più distribuito geograficamente e quindi "disaster-proof".

Da segnalare comunque (fonte Amazon) che già adesso la vasta maggiornaza dei circa 60000 utenti EC2 sono società di livello Enterprise che utilizzano tali risorse come infrastruttura per progetti che richiedono tempi di attivazione rapidi.